A seguito dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, psicoanalisti di tutta Europa hanno organizzato iniziative di volontariato per offrire sostegno ai colleghi, ai pazienti e alle famiglie colpite dalla guerra. Tra queste, l’autrice ha condotto un gruppo online dedicato alle madri. Il presente articolo raccoglie alcuni estratti delle testimonianze di due psicoterapeute psicoanalitiche ucraine, entrambe madri e partecipanti al gruppo. I brani sono stati selezionati, riorganizzati e adattati nella loro successione, preservando tuttavia fedelmente le parole originali delle autrici.
La versione integrale di questo articolo è pubblicata nel volume Child and Adolescent Psychoanalysis in Times of Crisis: War, Pandemic and Climate Change, a cura di Kristin Fiorella, pubblicato da Routledge nel 2025.

Mary Cassatt (1844–1926), The Child’s Bath, 1893. Olio su tela.
L’inizio
KATERYNA
Prima dell’inizio della guerra vivevo serenamente nel mio Paese e svolgevo la libera professione come psicoterapeuta. Insieme a mio marito, che amavo profondamente, stavamo crescendo nostro figlio. Avevamo acquistato una casa e progettavamo di ristrutturarla in vista dell’arrivo della nostra bambina.
Non avrei mai immaginato di dover emigrare all’ottavo mese di gravidanza. Non avrei mai potuto concepire, nemmeno nei miei peggiori incubi, di partorire mentre esplodevano i missili nemici e di trascorrere i primi giorni di vita di nostra figlia in un rifugio antiaereo. Né avrei potuto immaginare che la paura della morte diventasse così concreta da trasformarsi nell’impulso irresistibile di tenerla continuamente stretta tra le braccia, anche quando non vi era alcun pericolo o alcuna minaccia immediata.
TETIANA
La guerra ci colse completamente di sorpresa. Eppure riconobbi subito quelle prime, violentissime esplosioni che mi svegliarono alle cinque del mattino del 24 febbraio. Il cuore mi batteva all’impazzata e le lacrime mi scorrevano sul viso. Era come rivivere, con dolorosa intensità, ciò che avevo già vissuto nell’estate del 2014 a Donetsk. Per un istante fui travolta dai ricordi di una famiglia felice e di una vita serena. Poi, con l’invasione russa, persi di nuovo tutto, in un solo momento. Non riuscivo a credere che la storia si stesse ripetendo. Una parte di me continuava ostinatamente a negare la realtà, ma le terribili esplosioni che ci circondavano da ogni lato finirono per imporsi alla mia coscienza.
Nei primi giorni di guerra, mentre ero sopraffatta dalla disperazione e dalla paura, il mio bambino di sei mesi sembrava non accorgersi affatto di ciò che stava accadendo intorno a lui. Continuava a essere vivace, sorridente e pieno di vita, proprio come sempre.
C’è un momento che porto impresso nella memoria. Era quasi mezzanotte quando iniziò un bombardamento violentissimo e tutto intorno a noi esplose con un fragore assordante. Prendemmo i bambini e ci rifugiammo nel vano delle scale, accanto all’ascensore. Restammo lì, immobili, tremando al rumore dei proiettili che cadevano intorno a noi. Tenevo il mio bambino tra le braccia e cercavo di parlargli. Lui mi rispondeva con i suoi piccoli vocalizzi, mi guardava negli occhi e sorrideva. In quell’istante fui sopraffatta da una paura incontrollabile per la vita dei miei figli. Eppure, nello stesso tempo, provai un immenso sollievo nel vedere che il mio bambino stava bene e che, almeno in apparenza, non sembrava affatto spaventato.
La nascita
KATERYNA
La guerra mi colse all’inizio dell’ottavo mese di gravidanza. Mi rifiutavo persino di prendere in considerazione l’idea di partorire in una cantina o in un rifugio antiaereo. Le fotografie delle prime donne costrette a partorire nei rifugi sotterranei e nelle stazioni della metropolitana mi riempivano di sgomento. Non riuscivo a credere che quella fosse la realtà, né che avrei dovuto viverla in prima persona.
Sognavo che mia figlia nascesse nella mia città, assistita dal medico di cui mi fidavo e con mio marito al mio fianco. Immaginavo il momento in cui saremmo tornati a casa con la nostra bambina, dove ci attendeva nostro figlio, per imparare lentamente a vivere insieme come una famiglia di quattro persone. Sentivo che tutto era pronto per offrire a questa bambina quel senso fondamentale di sicurezza e protezione nel mondo in cui stava per venire alla luce.
Una donna entra in sala parto con un’identità ed esce con un’altra.
Ma nella dura realtà della guerra, tra il suono incessante delle sirene e le ore trascorse in un rifugio antiaereo con una neonata tra le braccia, quello spazio di trasformazione si spezzò, alimentando ancora di più la mia regressione e le mie paure.
Sono stata fortunata. Il primo incontro con mia figlia è avvenuto in sala parto e non in un rifugio. Abbiamo potuto vivere quell’ora e mezza iniziale nel silenzio, strette l’una all’altra in un abbraccio intenso.
Poi, però, il caos è iniziato. La sirena ha cominciato a suonare e poco dopo abbiamo saputo che due missili da crociera erano caduti nelle vicinanze dell’ospedale. Quel giorno io e mia figlia lo trascorremmo tra il corridoio e il rifugio antiaereo. Le lacrime scorrevano sul mio viso senza che riuscissi a trattenerle.
Dentro di me, e tutto intorno a me, risuonava una sola domanda:
«Quando finirà questo incubo?»
TETIANA
Quasi un anno dopo, quando ormai avevamo raggiunto un luogo sicuro, i vicini iniziarono a sparare fuochi d’artificio. All’improvviso mio figlio si mise a urlare, afferrò i suoi vestiti e cercò di trascinarmi giù per le scale.
In quel momento compresi che, probabilmente, stava rivivendo la stessa esperienza che avevo vissuto io quando lo stringevo al petto mentre intorno risuonavano i colpi dell’artiglieria. Anche durante il sonno si aggrappava al mio collo, come se volesse impedirmi di allontanarmi nel caso fossimo stati costretti a fuggire ancora una volta. Anch’io mi sentivo molto più tranquilla tenendolo vicino a me. Così avevo l’impressione di poterlo proteggere meglio, facendo scudo con il mio corpo nel caso in cui fossimo stati di nuovo in pericolo.

Käthe Kollwitz (1867–1945), Die Mütter (Le Madri), 1921–1922. Xilografia.
La fuga
TETIANA
Ero già fuggita da Donetsk sotto il fuoco dei bombardamenti con due figli. Ora ne avevo un terzo, un neonato, e fuori era pieno inverno.
Per i primi giorni vissi in uno stato di totale shock e impotenza, dominata da una paura quasi primordiale per la vita dei miei figli. Intorno al quinto giorno, dopo un’altra notte terribile trascorsa in un freddo seminterrato con un neonato che piangeva senza sosta, compresi che dovevo trovare un luogo sicuro per tutti noi. Se fosse successo qualcosa a me, chi si sarebbe preso cura dei miei bambini?
Dentro di me si alternavano sentimenti di assoluta impotenza e una forza interiore inattesa, fatta di determinazione e coraggio. La paura dei pericoli che il viaggio avrebbe comportato per il mio bambino era enorme, ma rimanere era ancora più pericoloso.
Fummo immensamente fortunati a riuscire a raggiungere la stazione, salire su un treno diretto a Leopoli e infine lasciare il Paese. Quel viaggio estenuante durò più di quattro giorni. Lo stress intenso ci fece ammalare tutti, soprattutto il più piccolo. Ma la cosa più importante era che, finalmente, eravamo al sicuro.
KATERYNA
Quando finalmente lasciai l’Ucraina, mi resi conto che andarmene non significava che la guerra fosse finita. La guerra era venuta con me. Rimanevo costantemente in stato di allerta. Sentivo il bisogno di tenere mia figlia sempre accanto a me, anche quando non esisteva alcun pericolo reale. Sapevo che quella era la mia paura, non la sua, ma comprenderlo non bastava a farla svanire.
A volte mi domandavo che cosa avrebbe ricordato di quelle prime settimane di vita. Il suono delle sirene sarebbe rimasto impresso da qualche parte dentro di lei? La mia paura sarebbe diventata parte della sua primissima esperienza del mondo? Queste domande continuarono ad accompagnarmi a lungo, anche dopo aver raggiunto un luogo fisicamente sicuro.
Ora sono una migrante forzata. Una rifugiata.
Che cosa rimane della mia vita di prima?
Che cosa ho perduto per sempre?
Che cosa posso fare?
Chi sono, qui?
Che cosa mi aspetta adesso?
Queste, insieme a molte altre domande, continuano ad affollare la mia mente. Mi sento spesso sopraffatta dalle emozioni, ansiosa ed esausta.
Il gruppo
TETIANA
All’inizio della guerra lasciammo il Paese insieme ai nostri figli. In una condizione di totale incertezza sul futuro e immersa in un ambiente nuovo e sconosciuto, sentii profondamente la mancanza dei “miei”: persone che avessero vissuto esperienze simili alle mie e con cui poter condividere ciò che provavo.
Il gruppo divenne per me uno spazio indispensabile in cui poter esprimere le mie emozioni e offrire, ma anche ricevere, sostegno reciproco in un periodo così straordinariamente difficile. Il confronto con le altre madri mi diede quella comprensione di cui avevo un disperato bisogno. Tutte stavamo vivendo paure, ansie e speranze molto simili, e questo creò un senso di appartenenza che ci aiutò ad affrontare il peso emotivo di quei giorni.
Quando entrai a far parte del gruppo delle madri, scoprii di non essere più sola con le mie esperienze. Ascoltando le altre donne riconoscevo emozioni che avevo sempre creduto appartenessero soltanto a me. Potevamo parlare della nostra paura, del senso di colpa, dell’impotenza e dei nostri figli senza dover spiegare il motivo di quei sentimenti. Tutte lo sapevano già.
Gli incontri divennero un luogo in cui le emozioni più insopportabili potevano essere condivise, invece di essere portate da sole.
KATERYNA
Anche per me il gruppo divenne un luogo in cui tornare a respirare. Non cambiava la realtà esterna. La guerra continuava. Restavamo lontane dalle nostre case, dal nostro lavoro e da molte delle persone che amavamo. Eppure, quegli incontri mi aiutarono a ritrovare la capacità di pensare.
Ascoltare le altre madri mi ricordava che, nonostante tutto, eravamo ancora madri, ancora psicoterapeute e ancora capaci di riflettere sul mondo interiore dei nostri figli, così come sul nostro.
Oggi

Vincent van Gogh (1853–1890), First Steps (after Millet), 1890. Olio su tela.
TETIANA
L’altro giorno stavo leggendo una fiaba della buonanotte a mio figlio. Nell’illustrazione della fiaba popolare ucraina Ivasik-Telesyk compariva un drago a più teste che cercava di raggiungere il piccolo Ivasik, nascosto in cima a un albero. Appena Sasha vide quella scena, i suoi occhi si illuminarono di determinazione. Tese immediatamente la mano, esclamò: «Sasha è un carro armato!» e iniziò a imitare il rumore degli spari. Nella sua semplicità di bambino, stava cercando di salvare Ivasik dalla distruzione.
Quella reazione mi colpì profondamente. Non avevo mai visto mio figlio, che non possiede nemmeno una pistola giocattolo, reagire con tanta intensità emotiva a una situazione del genere. Lui ama semplicemente la tecnologia: macchine, autobus, escavatori, trattori e mietitrebbie. Il suo gioco preferito è imitare il movimento di un escavatore.
Accanto all’immenso e indicibile vuoto che la guerra ha lasciato dentro di me, stanno lentamente germogliando nuovi semi di speranza e di forza. Cerco di ritrovare la luce nei piccoli momenti di gioia che l’immaginazione di un bambino sa regalare. Ed è proprio quella luce, fragile ma autentica, a diventare il mio sostegno e la mia fonte d’ispirazione.
KATERYNA
La nostra piccola ha ormai due anni e otto mesi. Il tempo vola. Mi sembra ieri che mi interrogavo su quando introdurre i primi alimenti solidi, su come aiutarla a dormire durante la notte o su come accompagnarla nello svezzamento dal seno. Oggi, invece, prepara per me una frittata a colazione, sceglie da sola i vestiti per uscire, canta, balla e mi dice che non vuole andare a dormire perché preferisce uscire a giocare con la sua amica.
È piena di tenerezza, di amore, di energia e di curiosità. È un vero miracolo. Vederla crescere, imparare quasi ogni giorno qualcosa di nuovo e condividere con lei questo legame così speciale è una gioia immensa.
Avevo molta paura che diventasse diffidente nei confronti del mondo e delle altre persone. Oggi, invece, vedo il suo interesse per ciò che la circonda, il desiderio di comunicare e la sua continua ricerca di contatto con altri bambini e con gli adulti. Tutto questo mi riempie di speranza e di fiducia.
Oggi ho la possibilità di incontrare online, due volte alla settimana, donne che sono anche mie colleghe e che, come me, hanno partorito durante la guerra. È un dono di valore inestimabile.
Siamo tutte diverse, ma ciò che ci unisce è l’amore per la vita, la resilienza e la capacità di continuare ad amare. I nostri bambini partecipano pienamente agli incontri e ogni volta che compaiono sullo schermo si riconoscono a vicenda. È sorprendente pensare che abbiano stretto amicizia online ancora prima di imparare a usare il vasino.
Non sempre ci comprendiamo fino in fondo e non sappiamo quanto a lungo questo gruppo continuerà a esistere. Eppure rappresenta uno spazio tutto al femminile, capace di accogliere e trasformare emozioni altrimenti insostenibili. Insieme condividiamo le gioie della maternità, ma anche le fatiche, le conquiste e le sfide quotidiane della crescita dei nostri figli.
Emanuela Quagliata

Caspar David Friedrich (1774–1840), Woman at a Window, 1822. Olio su tela.
